LA STANZA DEI RICORDI – GIOVANNI

Quella fotografia che…

 che, quando è stato proposto questo tema, avevo ben in mente di raccontare e condividere. E prima di accingermi a scrivere ho commesso un tragico errore. Mi son messo a cercarla! Non ho un metro cubo di foto, ma solo perché sono stato tra i primi utilizzatori delle macchine digitali appena distribuite in Italia. Però almeno 3 cassetti pieni zeppi ce l’ho.
Aprirli è stato proprio come scoperchiare il famoso vaso di Pandora. Mi sono piovute addosso centinaia e centinaia di foto, alcune ben ordinate e catalogate, altre sparpagliate qua e là in totale disordine. Molte foto in bianco e nero, altre, le prime a colori, oramai sbiadite e scolorite. Sbiadite e scolorite, sì, ma che hanno ravvivato una marea di ricordi, di suggestioni, di emozioni.
Nel mucchio c’erano ancora foto dei miei genitori quando erano ragazzi, molte di persone care che ormai non ci sono più, centinaia di mia moglie e altrettante di mio figlio fin dalla nascita.
E in mezzo a tante foto, eccola lì, la mia prima macchina fotografica “seria”, una PETRI ancora perfettamente funzionante, regalo di Natale dei miei genitori quando avevo 14 anni. Mirino galileiano, messa a fuoco a telemetro, con regolazioni dei tempi e della profondità di campo completamente manuali, mi aveva costretto fin da subito a impadronirmi delle regole fondamentali della buona fotografia.

Capisco che sto divagando, dovrei parlare delle emozioni suscitate da una particolare fotografia, e mi trovo a raccontare di questa macchina produci ricordi, compagna fedele di molti anni della mia vita. Ritratti, panorami, immagini macro, eventi speciali e ordinari, scene di vita sono passati attraverso il suo obiettivo per venire a cristallizzarsi sulla pellicola e poi, ma non sempre, sulla carta.
Ho continuato così a “ravanare” nei cassetti dei ricordi, anche quando la foto che avevo in mente è venuta fuori, sembrando quest’ultima molto meno significativa e importante, una fra tante che meriterebbe di essere descritta.
Tra le tante che mi sono venute in mano, particolare emozione mi hanno dato le foto di mio padre, quelle dove, ancora giovanissimo, era impegnato alla radio come Marconista. Mi sono venute in mente le storie che mi raccontava la sera, quando, da piccolino, ponevo la classica domanda: ”Papà, raccontami una storia”.
E lui mi raccontava le sue avventure di guerra, degli accampamenti tra le montagne in Spagna, a cercar di intercettare le comunicazioni del “nemico”, capendo poco di spagnolo, ma con l’obbligo di trascrivere esattamente quanto sentiva per affidarlo poi all’interprete; di come fossero rimasti poi isolati in una grotta, circondati dai nemici in ritirata, e come fossero rimasti 9 giorni senza cibo, per poi fare indigestione di banane trovate su un carretto abbandonato. E tra le sue foto sue, da solo o con i commilitoni, spuntano quelle delle sue numerose fidanzate, alcune in costume locale.
E dopo la guerra di Spagna, la Seconda Guerra Mondiale, mandato, sempre come radiotelegrafista, in Marocco, ad intercettare le comunicazioni delle truppe inglesi. Arrivato qui in borghese con finte credenziali di rappresentante di olii, 007 ante litteram, con la radio camuffata da tanica d’olio, ci rimase solo un mese. Ebbe appena il tempo di mettersi in divisa all’arrivo delle cannoniere inglesi per non essere fucilato come spia. E mi raccontava della tremenda prigionia in Inghilterra, tenuti segregati e sorvegliati a vista in un gelido hangar. Il trasferimento sei mesi dopo negli Stati Uniti via nave, inseguiti dai sommergibili tedeschi, ignari, o noncuranti, del prezioso carico di soldati italiani e tedeschi di quella nave, fu quasi una liberazione, nonostante la prigionia si protraesse ancora per tre anni. Ma qui, nel paese di bengodi, mangiavano a volontà, avevano biancheria pulita con cambio settimanale, andavano, dopo l’8 settembre, a lavorare nei campi di patate e venivano pagati! Poté così, lui di origine contadina, vedere tecniche di coltivazione e raccolto che in Italia sarebbero arrivate solo vent’anni dopo. All’interno del campo di prigionia ognuno manteneva il proprio grado d’appartenenza, e lui, già sergente maggiore, aveva la responsabilità di tenere i rapporti con il suo pari grado dell’esercito americano, per comunicare le esigenze dei prigionieri del campo. Fu così che imparò a parlare correttamente l’inglese, magari sgrammaticato, ma con la pronuncia ineccepibile.

E le foto scorrono, e con esse i flash back della memoria, e arrivo alle mie foto e ai miei ricordi d’infanzia.
Eccomi a 4 anni nel giardino di Asti e a 8 anni il giorno della prima comunione.
Su quest’ultima particolare foto mi soffermo, a poco a poco mi tornano in mente i particolari di quel giorno, quando si faceva Comunione e Cresima lo stesso giorno, le lunghe prove fatte a scuola con le suore per arrivare perfettamente preparati, i preparativi in casa per organizzare la festa, la divisa da cerimonia di mio padre, con camicia bianca, cravatta nera e guanti in pelle, l’abito di sartoria di mia mamma, completo celeste come il cappellino e le scarpe bianche. E la paura in chiesa al momento dell’ostia, perché ci veniva allora posata sulla lingua, ma guai a tirarla fuori troppo o troppo poco, e io che per poco non venivo preso dai conati di vomito con la lingua cacciata di fuori in attesa del mio turno. E guai a masticarla! Inevitabilmente rimase appiccicata al palato e a fatica riuscii a inghiottirla. E poi la cresima con il vicario del vescovo che si divertiva un mondo a tirare sberloni piuttosto forti e a incidere la croce in fronte con l’unghia ben affilata, quasi a far sanguinare.

Le foto, e gli anni, passano. Arrivo alla prima cotta, inevitabilmente per mia cugina Luisa, mia coetanea e compagna da sempre delle vacanze al mare. E poi l’adolescenza “ribelle”, con capelli lunghi e giubbotto in pelle, ma fotografato in una occasione quanto mai domestica, in mezzo ai prati del Gerbido in una delle prime uscite di mia mamma (è lei che ha fatto la foto) dopo il terribile incidente d’auto. Qui sono con la signorina Maria Settimo. Chiamata così con nome e cognome per distinguerla dalle tante Marie di nostra conoscenza. Compaesana di mio padre oramai in pensione, venne ad aiutarci nei lavori di casa nei lunghi mesi di  convalescenza di mia mamma. Mandata a servizio da sua mamma, rimasta vedova, quando aveva solo 12 anni, fu anche lei un’inesauribile fonte di racconti, di ricordi, di aneddoti divertenti e non. Ci raccontava le sue avventure a Milano al servizio di un maggiore dell’esercito, poi sfollati a Monza durante la guerra ed era una bravissima cuoca, dispensatrice di ottime ricette piemontesi e lombarde.

Ma il tempo vola, le pagine si riempiono ed è ora di portare a termine questa lunga e disordinata cavalcata della memoria. Il modo migliore per concluderla è ricordare ancora velocemente l’evento più importante della mia vita, la nascita di mio figlio, ed eccolo qui in braccio alla mamma a pochi mesi, due bellissimi fiori in mezzo ai fiori del nostro balcone.

Giovanni

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